Il saluto del presidente di “Pollicino”

Mi pare doveroso porgere il saluto a questo giornalino che porta il nome dell’associazione che ho l’onore di presiedere: Pollicino. Mi scuso innanzitutto per non aver affrontato questo impegno sul primo numero, ma detto ciò, sono certo dell’importanza che riveste e rivestirà sempre di più in futuro questo giornalino, in fatto di informazione e diffusione dell’operato e del progresso nel reparto di Neonatologia e di Pollicino. Presentandomi, mi preme sottolineare che sono innanzitutto un genitore. Padre di un bambino, oggi adolescente, nato prematuro coi problemi dei caso.

La professionalità, la competenza, la gentilezza e la disponibilità dei personale dei reparto di neonatologia, mi ha indotto e spinto, assieme ad altri genitori nelle stesse mie condizioni, ad occuparmi dei problemi dei reparto stesso. Sarebbe prolisso e noioso descrivere tutto l’iter, fatto è che questo gruppo di genitori, ha deciso di fondare un’associazione il cui unico obiettivo fosse quello di sostenere e rendersi utili al Reparto di Neonatologia del Policlinico di Modena. Da quel momento, in qualità di consigliere di Pollicino, ho sempre cercato di dedicare gran parte dei mio tempo libero alla causa dell’associazione. Nel 1999, con mia grande soddisfazione, sono stato eletto presidente di Pollicino. In tale veste ho cercato di adoperarmi con entusiasmo ed ancor maggior determinazione, al fine dì raggiungere sempre maggiori risultati per gli obiettivi di Pollicino. Sono consapevole dei fatto di essere un presidente anomalo, o meglio, come qualcun altro più in vista di me si è definito, mi sento e mi propongo come un “presidente operaio”. Propaganda, qualche aggancio coi mass media, iniziative promozionali e benefiche hanno contribuito a far conoscere Pollicino su più vasta scala nella nostra provincia ed il reparto di Neonatologia ha beneficiato in questi anni dei nostro operato, Vogliamo crescere ancora. Per farlo, abbiamo bisogno di tutti. Molti si sono avvicinati a Pollicino ed altri, me lo auguro, lo faranno in futuro. Abbiamo dato al reparto di Neonatologia, ma tanto abbiamo ricevuto. Prima di chiudere questo mio breve saluto ai lettori di ”Pollicino”, mi sta a cuore un ringraziamento a tutti coloro che ci sono vicini e che, nello spirito della nostra associazione, contribuiscono al progresso della Neonatologia dei Policlinico di Modena, per il bene dei bambini.

Il Presidente
William “Willy” Prandini

Riflessioni di un giovane medico
all’alba del terzo millennio

Nell’Italia del dopoguerra ed ancora più negli ultimi 20-25 anni la figura ed il ruolo dei medico nella società hanno subito un profondo cambiamento.Ricordo cosa significava per me bambina il ricevere la visita a domicilio dei medico di famiglia. Si cercava di mettere tutto in ordine, si pulivano bene i sanitari dei bagno, si mettevano le salviette pulite ed il sapone nuovo. Il malato veniva lavato e lustrato, la camera messa in ordine. “Venga dottore, si accomodi, vuole un caffè?”. Si assisteva in si
lenzio con il fiato sospeso e alla fine la parola dei dottore era un raggio di luce che squarciava le tenebre della malattia. In paese c’erano poche autorità riconosciute: il sindaco, il prete ed il dottore e la medicina era una professione che si tramandava spesso di generazione in generazione. Il ricorso all’ospedale era raro, era sinonimo di gravità ed i medici dell’ospedale erano considerati luminari. E’ buffo ripensare che, per definizione, il medico ospedaliero era definito “professore”.
Ora, nel terzo millennio, il medico è diventato tutt’altro. Ha perso sicuramente quell’alone di sacralità che rivestiva fino a pochi decenni fa, ha perso la fiducia incondizionata ed anche, a volte, un po’ di rispetto da parte dei paziente. D’altra parte il “paziente” non si chiama più “paziente” ma l’utente” e questo la dice lunga sul rinnovato rapporto “professionale” anziché umano che sempre più si instaura tra medico ed ammalato.
Il medico è purtroppo considerato da parte dell’opinione pubblica come un rappresentante della non meglio definita “malasanità”.
L’utente deve stare sempre con gli occhi aperti per cogliere la negligenza, l’imperizia e l’imprudenza. Perciò si sprecano i consulti con dieci medici su problemi più o meno banali, si moltiplicano i viaggi della speranza e i molto più comodi viaggi su internet dove ormai chiunque può trovare risposte mediche anche ai più improbabili problemi di salute. Sui giornali si parla solo di ciò che non va e mai di ciò che va bene e dei mille e mille perigliosi successi della medicina pubblica contro la malattia e la sofferenza.
Ma allora cosa spinge un giovane a scegliere di diventare medico?
Non certo la “velocità” della carriera. Per diventare medico specialista in qualsiasi branca della medicina occorrono come minimo 10-11 anni: ciò significa che prima dei 30?31 anni non è possibile afferire al mondo del lavoro ed il “precariato” (attività sottopagate, snervanti, in prima linea”) può durare diversi anni.

Forse il miraggio di un guadagno sicuro? Per alcune specialità, quelle che aprono le strade della libera professione, è forse un po’ vero, ma i successi generalmente arridono al professionista quando a giovarne saranno i figli e quindi … E’ pure abbastanza vero per i medici di libera scelta (dell’adulto e dei bambino) che a fronte di un lavoro certamente pesante e a volte poco stimolante si vedono gratificati da buone retribuzioni e dalla tranquillità di non avere obblighi lavorativi nelle ore notturne, nei giorni festivi ecc. Il medico “ospedaliero” raggiunge il posto di ruolo verso i 35-37 anni ed i suoi guadagni gli garantiscono un tenore di vita discreto anche se per nulla paragonabile con quello ottenibile da altri professionisti (avvocati, ingegneri, ecc). e da medici che, come detto prima, hanno fatto scelte professionali diverse.
Forse la passione per la ricerca che in campo medico è molto stimolante? Per alcuni è certo che è così. Qualcuno sacrifica la propria vita nel tentativo di scoprire qualcosa che possa far fare un passo avanti alla medicina. Ma qui siamo in Italia non negli Stati Uniti e purtroppo la ricerca è per molti versi un atto di volontaria abnegazione e di scarsa soddisfazione.
Mi sono laureata in medicina 10 anni fa e mi capita di voltarmi indietro e di farmi queste domande. Ricordo perché mi iscrissi a medicina tanti anni fa un po’ contro il volere dei miei familiari. Lo ricordo bene. C’era in me,come in molti giovani che affrontano una strada così lunga, la voglia di lottare contro la sofferenza, di potere aiutare qualcuno con la propria medicina, l’ambizione e un po’ la voglia di “guarire”, la soddisfazione di dare “salute”.
Per alcuni versi la nostra professione è densa di delusioni, a volte sei costretto a riconoscere che le battaglie si perdono, che in fin dei conti siamo solo esseri umani che fanno un mestiere un po’ più delicato degli altri, che sbagliano, che hanno le loro debolezze, i loro giorni storti. Hai voglia di fare, di dare il tuo tempo, le tue energie e poi ti scontri con ostacoli burocratici, amministrativi, con la carenza di fondi, di soldi, di personale, di organizzazione, di collaborazione. A volte penso che se tornassi indietro farei delle altre scelte, un altro mestiere. Quando, così come tutti i miei colleghi, vengo a lavorare di notte, di sabato, di domenica, per Natale, per Capodanno, quando non smonto mai perché voglio vedere quel bimbo stare meglio, quando mi chiamano a casa alle 2 di notte perché c’è da montare su un ambulanza ed andare a prendere un bimbo che sta male in un altro ospedale, quando ogni volta che suona il cicalino della guardia mi batte il cuore e penso che magari tra pochi secondi la vita ed il futuro di un bambino dipenderà da quello che io sarò in grado di fare per lui. Ecco tutte queste volte e molte altre volte che adesso non ricordo penso “rma chi me l’ha fatto fare”. E sinceramente non so rispondermi.
Poi succede che incontro una famiglia per strada che mi saluta e rivedo un bambino che alla nascita pesava pochi etti ed adesso zompetta felice correndo e sorridendo. Succede che un papà o una mamma a cui “consegni” il loro bambino che cento volte hanno creduto di perdere ti stringano la mano e ti dicano “grazie”. Succede che incontri genitori che di fronte alla morte dei loro bambino ti offrono una dimostrazione di dignità e di compostezza. Succede che ti viene chiesto di fare da madrina al battesimo di una bimba che sta molto male. Succede che riesci a trovare le parole giuste per confortare la paura di una mamma il cui piccolo neonato rischia la vita. Succede, ed ancora succede dopo tanti anni, di commuoversi vedendo l’amore a prima vista di un papà che incontra per la prima volta il suo bimbo appena nato, il sorriso pieno d’amore di una mamma che ha appena partorito.

Qualche mese fa io ed i miei colleghi abbiamo perso una battaglia che ci ha segnato profondamente. Non siamo riusciti a strappare Pietro dalla malattia gravissima che l’aveva colpito e se ne è andato in poche ore, senza che nemmeno ci fosse il tempo per abituarsi all’idea che nel 2002 un bimbo di 4 mesi possa morire in poche ore e scivolarti tra le mani senza che tu riesca ad afferrarlo. Il dolore, spaventosamente grande ma composto, dei suoi genitori ci è entrato nelle ossa senza che nessun evidente riscontro dell’ineluttabile gravità della malattia che aveva colpito il bambino riuscisse a farci stare meglio. Avevamo perso una battaglia terribile, la morte aveva vinto sulla vita. Ma la vita non muore, forse innaffiata dal pianto della mamma e dei papà ed un nuovo fiore è venuto ad arricchire il loro giardino. Il destino ha deciso che fossi proprio io, che ero presente alla morte di Pietro, ad assistere alla nascita dei suo fratellino Eugenio, uno splendido neonato di quasi quattro chili di peso. La mamma ringraziandomi prima di andare a casa mi ha lasciato un messaggio in cui mi diceva “il dolore per la morte di Pietro è immenso ma, per la prima volta, intravedo un flebile raggio di luce”. Queste riflessioni sono dedicate ad Eugenio, alla sua mamma e al suo papà.
Auguro a loro una vita felice insieme al ricordo indelebile di Pietro.
Ecco perché faccio il medico … per quel flebile raggio di sole.

Dr.ssa M. Federica Roversi
Neonatologo

“Il team Vincente della Neonatologia di Modena”
Lettera tratta dal Policlinico news

Al monitoraggio degli indici rappresentativi dell’attività ospedaliera, si possono ricavare dati sulla qualità e l’efficienza delle cure prestate. Solo quando siamo direttamente coinvolti riusciamo a dare il giusto valore a quei dati!
Sono Enrica Corvino, amministrativo dell’Azienda Policlinico, desidero condividere la mia esperienza positiva di mamma, perché troppo spesso si evidenziano le sconfitte dei nostri professionisti, non considerando che ci sono tanti altri casi clinici, disperati, che riescono a risolvere con successo. Un sentito grazie a tutti i reparti coinvolti, in minima o massima parte, nella nascita e nella sopravvivenza del mio piccolo Antonio.
Antonio era un bambino che tutti davano per spacciato.
Alla 24° settimana di gravidanza il dottor Vincenzo Mazza (Ginecologia e Ostetricia) si accorse che c’era un rallentamento di crescita dei bambino e ampi tratti di assenza dei flussi diastolici sull’arteria ombelicale: in altre parole mio figlio era in grave sofferenza fetale, che lo avrebbe portato in poco tempo alla morte o a danni permanenti a livello cerebrale.
Iniziò il nostro incubo con tre possibili alternative di fronte: lasciarlo morire dentro di me, farlo nascere sapendo che sarebbe morto subito dopo, oppure abortire per non farlo più soffrire.
La dottoressa Stefania Vecchi (Ginecologia e Ostetricia), che non ringrazierò mai abbastanza per tutta la professionalità e l’affetto dimostratomi, iniziò a farmi fare tutti gli esami e le terapie possibili. Fu grazie a lei che ebbi il primo contatto con un neonatologo il dottor Claudio Rota, il quale con tanta sensibilità mi fece capire che un bimbo di 460 grammi e di solo 24 settimane non era ancora pronto a lottare per la vita visti i suoi organi poco maturi: bisognava quindi guadagnar tempo.

Riuscii ad arrivare alla 26° settimana di gravidanza e lì il dottor Vincenzo Mazza fu catastrofico: arresto di crescita, assenza di flussi diastolici. Quelle parole mi fecero molto male, ma oggi lo ringrazio perché la sua diagnosi precisa e precoce è stata determinante.
Concepire un bimbo è un dono di Dio, noi genitori siamo solo strumenti, pertanto mio marito ed io decidemmo di dargli la possibilità di venire al mondo. Informammo la dottoressa Vecchi della nostra decisione che ci consigliò allora di procedere con urgenza. Si stabilì inizialmente la data dei 19 marzo 2001 poi con l’aggravarsi della situazione, il cesareo fu anticipato al giorno 16.
Quella mattina oltre a tutto il personale della sala parto, c’era Don llario sacerdote dei Policlinico a cui avevo chiesto di battezzare il bambino prima della sua morte e un’équipe della Neonatologia.
Nacque così Antonio, un ranocchietto di soli 580 grammi che entrava in una mano, sorprese tutti, pianse, fece pipi, dimostrando subito la sua voglia di vivere, la dottoressa Maria Federica Roversi (Neonatologa) procedette ad intubarlo e subito dopo fu trasferito in terapia intensiva neonatale.
I primi giorni furono molto critici: era un bambino prematuro e dismaturo, continuamente seguito dall’équipe guidata dal prof. Fabrizio Ferrari. Il dott. Giancarlo Gargano con molto tatto ci illustrò le sue condizioni, ci disse che ci aspettava un periodo duro con alti e bassi, e che sarebbe stata una grande sfida alla quale si univano anche tutti loro.
Seguirono diverse complicazioni, ma Antonio era in buone mani. Il giornopiù bello fu quello in cui un’infermiera lo prese dall’incubatrice e lo appoggiò sul mio corpo all’altezza dei mio cuore: la chiamano “Marsupioterapia”, fu un momento di grande emozione, potevo finalmente sentirlo di nuovo mio.
E’ sorprendente vedere come il battito dei cuore della mamma stimoli il bimbo a lottare per vivere.
In quei tre mesi fummo circondati da persone che capiscono e rispettano la sofferenza dei genitori, la psicologa dottoressa Marìsa Pugliese è un valido supporto per chi vive quella drammatica esperienza.
I medici, le infermiere hanno orari di lavoro massacrantí in caso di assenze dei colleghi lavorano ininterrottamente anche per intere giornate e sebbene dai loro volti traspaia a volte la stanchezza, sono sempre vigili e professionali. Non ci sono casi che possono essere lasciati sulla scrivania per essere risolti l’indomani, ci sono bambini un po’ meno fortunati degli altri che lottano per la sopravvivenza.
L’esperienza di ben 3 mesi consecutivi in Neonatologia mi ha permesso di capire che se in quei reparto il tasso di mortalità si è ridotto notevolmente è perché dietro a quelle macchine sofisticate e complesse di cui dispongono, ci sono persone altamente qualificate che operano con tanto amore, che davanti ad un’emergenza diventano un gruppo, ognuno da il meglio di sé, ogni bimbo salvato è una vittoria per tutti.
Antonio, mio marito ed io ringraziamo tutto il personale, in modo particolare il professor Ferrari, guida carismatica per tutti, i medici e le infermiere che hanno seguito direttamente il nostro caso tra cui il dottor Alberto Berardi, che il giorno 8 giugno 2001 ci comunicò che Antonio era ormai pronto a spiccare il volo con le sue ali, potevamo andare tutti insieme a casa.
Mi sono chiesta allora perché non far sapere a tutti, proprio nelle vicinanze dei Natale che al Policlinico di Modena c’è una capanna, al settimo piano, dove ogni giorno si compiono tanti piccoli miracoli.
Oggi Antonio ha 20 mesi, è un bambino sano, sereno e una speranza per quei genitori che vivendo situazioni simili, sono nella disperazione.

Addestramento del personale infermieristico in terapia intensiva neonatale a Modena

In questo numero vorrei illustrarvi il percorso formativo di un infermiere nuovo assunto all’interno della nostra Divisione di Neonatologia.
L’infermiere nuovo assunto che viene destinato alla nostra Divisione deve essere innanzi tutto dotato di un’ottima professionalità e poi deve dimostrare una certa attitudine a lavorare con i neonati che necessitano di cure intensive. La valutazione delle qualità tecniche e professionali nonché dell’attitudine alla cura dei neonati patologici, viene valutata durante un periodo di addestramento che si svolge in due tempi.

Un primo tempo prevede una sommaria conoscenza dell’ambiente lavorativo corredata dall’acquisizione delle nozioni e delle tecniche utilizzate nella Divisione e da un primo contatto con i neonati in fase di pre dimissione. Questo periodo è importantissimo ai fini della valutazione globale dell’individuo da parte di un ‘tutor’ (infermiere esperto di terapia intensiva neonatale) in collaborazione con la caposala, e costituisce la base di tutta l’esperienza professionale dell’infermiere nuovo assunto. Ma cosa si chiede ad un infermiere che giunge in TIN?

Disponibilità, correttezza, rispetto verso le altre figure professionali, propensione al dialogo con i genitori dei piccoli ricoverati, e soprattutto ricerca dei miglioramento professionale perché la Neonatologia non è una scienza statica, ma una branca della medicina in continua evoluzione. Non è facile trovare tutte queste qualità in un individuo ma con il tempo si può cercare di acquisirle con l’esperienza la perseveranza.
Se il primo periodo della durata media di circa sei mesi viene superato a pieni voti si può passare alla fase successiva che prevede l’acquisizione delle tecniche di assistenza al neonato e bambino critico. In questa fase è prevista la permanenza nella sala di terapia intensiva dove il ‘tutor’ dovrà fornire tutte le nozioni teorico pratiche per l’assistenza al paziente ventilato meccanicamente o comunque in condizioni critiche.
Quindi il discente dovrà imparare tutto ciò che riguarda l’utilizzo dei ventilatori, dei monitor, dei presidi speciali per la rilevazione dei parametri vitali dei neonato e poi i protocolli terapeutici per l’utilizzo dei farmaci, etc. Al nuovo assunto, inoltre, verrà illustrato il trasporto in ambulanza di un neonato critico e l’assistenza al neonato in sala parto.
Questo periodo di addestramento è della durata di circa un mese, al termine dei quale avremo formato un nuovo infermiere esperto di terapia intensiva neonatale che comunque sarà ancora supportato dal ‘tutor’ per un altro periodo di tempo variabile.
Ribadisco che l’addestramento, comunque, non termina qui, ma prosegue nel tempo con l’esperienza maturata sul campo e con l’aggiornamento continuo.
Ah! Dimenticavo la parola d’ordine per essere un buon infermiere di terapia intensiva neonatale è a mio avviso ‘UMILTA” intesa come disponibilità a dire: “il mio treno professionale non è arrivato, ma è ancora in corsa verso l’apprendimento.

Margherita Sellitto

Corso di massaggio infantile

Ad un anno dal loro inizio continuano con grande entusiasmo i corsi di massaggio infantile presso l’UO di Neonatologia. Il massaggio infantile fa parte della tradizione di molti paesi del mondo ed ora è ormai ampiamente diffuso anche in occidente.

L’arte del massaggio infantile favorisce la comunicazione e l’interazione tra bambino e genitori promuovendo il rilassamento ed il benessere di entrambi.I corsi, tenuti dalla ft. Natascia Bertoncelli, sono rivolti a tutti i bambini ed a tutti i genitori che abbiano voglia di comunicare con il loro bambino attraverso il contatto ed il tocco dolce.Melody, Marica e Giovanni sono stati tre dei protagonisti, insieme ai loro genitori, di uno dei corsi di massaggio organizzati nell’arco del 2002. Il massaggio, insegnato dalla fisioterapista ai loro genitori durante il ricovero in neonatologia (Melody, Marica e Giovanni pesavano, infatti, poco più di 1000 g alla nascita) e offerto loro dai genitori stessi quando ancora si trovavano all’interno dell’incubatrice, è piaciuto loro così tanto che non hanno saputo resistere alla proposta di un intero corso di massaggio. L’esperienza del corso è stata bellissima per tutti, per i bimbi ed anche per i genitori.

Per informazioni:
Ft. Natascia Bertoncelli
UO Neonatologia

Bomboniere per Pollicino

Pollicino è un’associazione che promuove lo sviluppo della Neonatologia a Modena, cercando, da un lato, di fornire la migliore assistenza morale, psicologica e materiale ai genitori dei neonati ricoverati, dall’altro di favorire la ricerca.

Un modo per aiutare l’associazione è acquistare le sue bomboniere; il ricavato della vendita servirà ad aiutare i bambini della Neonatologia dei Policlinico. Se cercate bomboniere per le occasioni di festa fate un gesto di solidarietà.

Per informazioni telefonate allo 059 4222140 e chiedete della signora Valeria.